Le ragioni dei montiani per temperare (senza rinnegare) il redditometro

Non c’è da stupirsi se, durante una campagna elettorale, uno strumento come il nuovo redditometro si ritrovi improvvisamente senza padri. Perché, se è vero che c’è chi questo strumento non lo sopporta a prescindere, è però vero che anche chi lo ritiene indispensabile per la lotta all’evasione non è disposto ad avallare un redditometro inopinatamente snaturato in uno “studio di settore” per famiglie. di Enrico Zanetti
17 AGO 20
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Non c’è da stupirsi se, durante una campagna elettorale, uno strumento come il nuovo redditometro si ritrovi improvvisamente senza padri. Perché, se è vero che c’è chi questo strumento non lo sopporta a prescindere, è però vero che anche chi lo ritiene indispensabile per la lotta all’evasione non è disposto ad avallare un redditometro inopinatamente snaturato in uno “studio di settore” per famiglie.
Innanzitutto occorre chiarezza su chi ha voluto e concepito questo nuovo redditometro: non il governo di Mario Monti, ma il governo di Silvio Berlusconi e del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, con il DL 78 del luglio 2010. Quanto allo strumento in se stesso, pare sacrosanto che, sulla base delle spese effettivamente sostenute e dei beni effettivamente posseduti da un contribuente, l’Agenzia delle entrate possa chiedergli di spiegare come mai il reddito che dichiara è sensibilmente inferiore. Il problema è che, invece di potenziare il redditometro, il precedente governo diede mandato all’Agenzia delle entrate di costruire qualcosa di uguale nel nome, ma diverso nella sostanza: uno studio di settore per famiglie in cui le evidenze oggettive (ossia le spese, gli investimenti e i beni “effettivi”) possono essere anche sostituite da valori medi statistici di spesa che si possono evincere da studi dell’Istat o da altri studi statistici non meglio identificati.
Da questa impostazione derivano dei pro (per il fisco) e dei contro (per i contribuenti). I “pro” sono che il redditometro diviene utilizzabile a tappeto nei confronti di tutti, ivi compresi coloro i quali, per le più svariate ragioni, lecite e meno lecite, sfuggono completamente all’anagrafe tributaria. I “contro”? Potrebbero essere molto numerosi i casi in cui il reddito presunto, determinato integralmente o quasi su base statistica, c’entri poco o niente con quello di cui il contribuente è effettivamente titolare, mettendolo non poco in difficoltà sul fronte della prova contraria. E se non vi è dubbio che il procedimento preveda attualmente ampie possibilità di contraddittorio preventivo all’emissione dell’avviso di accertamento, proprio l’esperienza quindicennale degli studi di settore insegna che, non di rado, questi contraddittori vengono non adeguatamente utilizzati dagli uffici per evitare l’emissione di avvisi di accertamento che costringono poi il contribuente a presentare ricorso davanti al giudice tributario sulla base delle medesime (inascoltate) ragioni.
Nonostante vi sia chi si dichiara demagogicamente contrario a priori anche al “vero” redditometro, non ci piove che esso possa e debba esercitare una funzione importante nella lotta all’evasione fiscale di massa.
Per poter parlare di “vero” redditometro, bisogna però ridurre la rilevanza, oggi eccessiva, data ai parametri di natura meramente statistica. Occorre chiarire poi in modo incontrovertibile che lo strumento non ribalta di per sé la prova in capo al contribuente: il redditometro deve soltanto segnalare eventuali posizioni di incongruità (il reddito accertabile superiore del 20 per cento a quello dichiarato), dopodiché l’Agenzia dovrà procedere con riscontri ulteriori a seguito di verifiche mirate. Le medie Istat, insomma, non possono avere da sole valenza probatoria. Sarà necessario infine escludere, per questi accertamenti di tipo meramente presuntivo, la natura esecutiva che impone il versamento del 30 per cento della maggiore imposta richiesta anche se il contribuente propone ricorso e si è ancora in attesa del giudizio di primo grado. Soltanto così si può coniugare la doverosa presenza di procedure efficienti nella lotta all’evasione alla necessaria assenza di effetti collaterali di ferocia nei confronti dei cittadini contribuenti.
di Enrico Zanetti (Responsabile fisco ItaliaFutura, candidato Lista civica Monti in Veneto 2)